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La stanza di Circe
Non c'è una sola riga di verità in tutto quello che si scrive, ma vapori che
inseguono vapori. Questa affermazione può apparire troppo drastica per essere sincera,
ma non di rado occorre un piglio deciso e salutare, foss'anche ingiusto, per compiere
l'esorcismo di un congedo, per marcare il segno di una netta cesura. Tanto invasati si è
nel dedicarsi alla propria oppiomania, quanto lesti nel tradirla per una nuova illusione
d'ossigeno, nel gioco pendolare dell'incostanza. E, comunque, il rispetto del vero di per
sé non è che valore servile, se non alimentato da esuberanza di vita; e
l'autodisciplina della parola ingabbiata, l'incantesimo della musica e del ritmo non di
necessità si declinano in rigida maniera. Senza dimenticare che in qualche
maniera s'ha da vivere e morire, essendo la forma giogo inevitabile ovvero occasione di
volo.
La stanza - del mondo del cranio della lingua - si eredita sempre, la ricevi come dono e
sciagura, come compito e dèmone; impaziente, ti agiti per abitarla altrimenti o
distruggerla, incapace di semplice abbandono, estromesso dal miracolo di una lieta
rassegnazione, cedendo, a seconda della vicenda degli umori, alla tentazione di crederla cielo
o prigione. In entrambi i casi c'è qualcosa, da dentro e da fuori, che schiaccia e
opprime tempie e torace, obbligando l'aria a fuggire, invitandola a cantare, lusingando il
respiro nella calligrafia dei suoni, esasperando la passione nella balbuzie e
nell'impotenza.
Ogni frammento di fiato poetico è ripiegato in uno scrigno bianco, paradossalmente
aperto, in cui viene congelata la traccia orale, quasi fosse fotografia maldestra
dell'invisibile, l'inganno-piacere che di volta in volta si battezza desiderio, nulla, dio,
morte, verità, senso, musica... In questa sua essenza immaginaria - essenza intesa
piuttosto come profumo e distillato che non come concetto e astrazione - in questa sua maschera
d'immagine, il testo sconta sempre il peccato originale che lo ha separato dall'altro fantasma,
la vita. Amor heroycus di braccati e cacciatori - talora maldestri, spesso smisurati nel
dispendio d'attenzione - possiamo chiamare questa mimica improbabile che differisce il corpo,
che differisce irrimediabilmente dal corpo, eppure lo seduce e lo evoca, energia estrema
e comicamente perversa che ci consuma nelle veglie, senza promettere null'altro che sete e
ancora sete. Amor heroycus, rumore, coreografia dei gesti tracciati nel testo, doppio movimento
che inscrive la sragion d'essere nell'oblio del libro - epigrafia - e cancella la presunzione
omicida del tempo - leucografia, ebbrezza.
L'idiota confonde gli occhi con l'azzurro e non conosce orologio. Lusso della scrittura
è perdere anche se stessa, rifiutare il rito dell'identità e della permanenza,
vapori che inseguono vapori, figure di volti inconsistenti come nuvole, voce di vino e
sorriso.
Da sempre più incline al divenire che ai sostantivi, preferisco l'invito vertigine del
desiderare al finto sdrucciolo, ormai inamidato, desiderio: se quest'ultimo
è indizio della mancanza di un astro qualunque nel firmamento labirinto del vivere,
rilievo d'assenza dell'Altro che segna la parabola avvilita del moderno e il suo smarrimento,
l'infinire del verbo dischiude una rinuncia che afferma - "smettere di contemplare le stelle a
fine profetico e augurale" - stornando finalmente lo sguardo dal morto futuro e dall'infamia
destino, consegnando il corpo all'immediato di notte e sole: desiderare, bramare, urla e canto
di animali, in special modo del cervo in amore, alchimia disumana della voce di Atteone.
Il vocabolario, stanco, si ripiega su se stesso, come in un epilogo landolfiano, e rinserra la
camera-parola nell'opaco del comunicare: ogni giorno i soliti trenta denari - a volte neppure
quelli - senza il compenso o la vergogna di un golgota. Agrimensore (Landvermesser) e vagabondo
(Landstreicher) si identificano, dentro il castello svilito della meccanica sociale, nella
cabala linguistica del loro comune destino di terra, assunto come dismisura senza alcun
eroismo. Come pornografia senza alcun erotismo.
Impaziente, fuori luogo, spassionato ed esausto, guardi il diagramma delle voci confuse nella
caligine del cielo, anonime. Guardi il mondo, distratto, e il tempo è già
passato. Ma sul vetro rimane, come un'ombra, l'intrico dei segni. Quando si getta da una
finestra, si butta fuori o dentro, l'uomo? Faccio un passo indietro. Poi mi ricordo d'essere al
pianoterra. Io rido... e voi?
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