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COME POLVERE E VOCE
Ecco che torna il duplice mare nella casa schizofrenica del corpo: il turgore del sesso che afferri la mattina, nello spazio incerto tra sonno e veglia, nel brancolare d'immagini oniriche riverberate dalla confusione del giorno, masticate dal sole oscuro e implacabile della notte, risputate al loro destino mondano, alla ripetizione delle ore; la preghiera di carne dura che sfida l'inerzia della gravità, che attrae l'attenzione dei sensi nel punto vertiginoso del piacere e nella danza inarrestabile dell'insoddisfazione; che trascina e cancella lo scherzo cosciente e fragile della volontà, travolta nell'astrazione di forme che si richiamano cercano e toccano, ormai sciolte dal rifugio di un nome...
E c'è un'altra marea, che nella sua calma contemplativa raggiunge lo stesso vuoto beato, senza sforzo di dialettica, senza tensione di sangue e gesti e seduzione, una marea lenta implacabile, come abbraccio d'abbandono, cessata infine ogni febbre o fame.
Se potessimo, idioti, consistere nell'attimo che ci incanta o rapisce, vivremmo forse una gioia inaudita nel bagliore effimero, che raccoglie il movimento di questa perenne altalena; nell'attimo materiato di tutti i sensi vigili spalancati e avidi, in cui le parole educate evaporano e ciò che resta balbettiamo luce. Come una bocca che smargina un volto con labbra che bruciano, occhi socchiusi che assaporano mani, silenzio di fiato che ricorda il rumore del mare, dentro una stanza piccola metallica e vetro, la macchina accanto alla piazza, e poi il viaggio breve nel deserto foresta, freddo di un giorno assaporato fino all'imbrunire.
Ciao, finalmente ti saluto, trovando e ritrovando, dopo qualche riga di scrittura, l'immagine sensuale che ti guardava e riguardava, nello specchio anonimo delle onde. Ho un impiccio elagabalico tra le gambe che m'impedisce, spesso, di pensare lucido, che m'impedirebbe ora di proseguire, se assecondato nella sua smania; un impiccio che dà calore, però, a ciò che resta di vivo del mio pensiero. Fabbrica del corpo fatta dèmone, che gioca se stessa con la lusinga di corpi odori e sapori... sai, non reggo più, devo smettere, lascio lo schermo e la pagina, mani e occhi magnetizzati folli altrove, forse a scriverti lo stesso, illeggibile e solo, glorioso ed esaltato, come dolce violenza che viene...
Rileggo dopo qualche ora i segni pulsanti qui sopra. Una parte della cosa che mi sono abituato a chiamare "io" vorrebbe censurarli, relegandoli nel delirio solipsistico di un tardo risveglio domenicale; un'altra, aristocratica e animale, desidera lasciarli all'ascolto dei tuoi occhi e alla pazienza delle tue mani, come traccia di vino baccante che inebria, vino endogeno invisibile, chimica interna che non richiede più lo sforzo d'una bottiglia, la ricerca vana di un bicchiere: ubriaco d'acqua, d'aria e fuoco, ubriaco di notti stellate al di là della coltre grigiocenere delle nuvole, ubriaco della giostra tonda della terra, alchimia feroce e felice che mi sfigura. Cerco, e quando smetto e mi distraggo, ritrovo questo canto, non importa quanto maldestro e afono, questo soffio dietro la testa... Artificio e cultura e ragionevolezza non sono che giochi della dilazione, tentativi di padroneggiare la bestia selvaggia e il suo divenire folle nel ritmo di un tempo ludico condiviso da altri complici, santi e sante non ancora perduti nell'azzurro disumano. Un po' goffi e patetici, a volte, imperdonabili nella loro inettitudine ad indossare abiti mondani, a seguire la logica flaccida della convivenza sociale, e quindi perennemente affaticati dal tormento del fare e disfare, dalla punizione quasi invocata per questo stato di minorità e da uno smisurato orgoglio luciferino - ma sì, portatore e diffusore involontario di luce cosmica, di bianco crudele e accecante.
Superato il lamento indecoroso - ché veramente narcisistici e deprecabili son soltanto l'indugio dentro i confini della propria infelicità immaginaria e lo scoramento vigliacco che spesso ne consegue; superata ogni figura del risentimento che ci perseguita nel sangue e nelle parole, introiettata dagli specchi velenosi di spazi interni ed esterni, di giungle affettive e di gabbie anestetiche d'economia quotidiana; superata la costellazione infausta che piega il corpo e la voce, non rimane che essere all'altezza del lavorìo che ci abita, delle risorse aurifere del nostro desiderio, domato e scatenato con logica insondabile ed esatta, con rigore di stile ed anarchia.
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